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Archivio categoria ‘Mio Padre’

Se …

Se riesci a non perdere la testa
quando tutti intorno a te la perdono
e ti mettono sotto accusa;

Se riesci ad avere fiducia in te stesso
quando tutti dubitano di te,
ma tenere nel giusto conto il loro dubitare;

Se riesci ad aspettare,
senza stancarti di aspettare,
o essendo calunniato,
a non rispondere alle calunnie,
o essendo odiato,
a non abbandonarti all’odio,
pur non mostrandoti troppo buono,
né parlando troppo da saggio;

Se riesci a sognare
senza fare dei sogni i tuoi padroni,
Se riesci a pensare
senza fare dei tuoi pensieri il tuo fine;

Se riesci, incontrando il trionfo e la rovina,
a trattare questi due impostori allo stesso modo;
Se riesci a sopportare di sentire la verità che tu hai detto
distorte da furfanti che ne fanno trappole per sciocchi,
o vedere le cose per le quali hai dato la vita, distrutte,
e umiliarti, e ricostruirle con i tuoi attrezzi ormai logori;

Se riesci a far un solo fagotto delle tue vittorie,
e rischiarle in un sol colpo, a testa o croce,
e perdere, e ricominciare da dove iniziasti,
senza dire mai una parola su quello che hai perduto;

Se riesci a costringere il tuo cuore, i tuoi nervi, i tuoi polsi,
a sorreggerti anche dopo molto tempo che non li senti più,
ed a resistere anche quando ormai in te non c’è più niente,
tranne la tua volontà che ripete: resisti;

Se riesci a parlare con la canaglia
senza perdere la tua onestà,
o a passeggiare con i Re
senza perdere il senso comune;

Se tanto nemici che amici non possono ferirti;
Se tutti gli uomini per te contano,
ma nessuno troppo;

Se riesci a riempire l’inesorabile minuto,
con un momento fatto di sessanta secondi,
tua è la Terra, e tutto ciò che è in essa.

E quel che più conta:
sarai un uomo, figlio mio.

R. Kipling

Ice is forming on the tips of my wings …

… I am learning to fly !

L’attesa era grande, la voglia anche. Mi sono buttato in questa nuova avventura con un entusiasmo che non avrei creduto possibile. Eppure aumenta, giorno dopo giorno. Finalmente oggi …

La giornata sembrava fatta apposta per rendermi le cose facili: il sole alto nel cielo scaldava un’aria umida e pesante sopra il campo di Valbrembo. Nessun traffico in volo. I piloti più esperti sapevano che oggi il tempo non avrebbe permesso lunghe veleggiate ma per me l’aria calma era come il tenero abbraccio di una madre che accoglie il proprio figlio. Vieni … qui sei al sicuro.

Con Roberto, il mio istruttore, ci portiamo agli hangar verso le 10 del mattino. E’ bello aprire i lunghi portoni scorrevoli per lasciare entrare la luce. Una moltitudine di affilate ali bianche vengono sferzate dai raggi del sole e tutti gli alianti sembrano avere un sussulto come se fossero tanti uccelli che, in una voliera, vengono improvvisamente svegliati. Portiamo sul prato I-IVVI, il Twin Astir Acro della scuola di volo, che per oggi sarà il nostro compagno. Controlli interni, batteria, master-on, radio-on, prova radio e giro di controlli esterni. Il Twin Astir è robusto ma l’intensa attività di scuola ed il tempo di servizio hanno lasciato qualche segno sulla sua bella livrea bianco-rossa. Accanto al più moderno ed efficiente Duo Discus denuncia tutti i suoi anni: eppure gli vuoi bene. Ti sta insegnando a volare e non vorrebbe mai farti del male : anzi ogni tanto Roby mi invita a maltrattarlo un po’ per farlo cadere in vite perchè da solo lui non ci vorrebbe proprio andare.

Siamo al punto di attesa 02. Mi allaccio il paracadute e salgo a bordo. Una veloce regolata alla pedaliera e poi inzio ad armeggiare con le cinture. Sono stretto bene, comodo. Davanti a me la pista in macadam e a sinistra il bel pratone di atterraggio falciato di fresco. Il colore dell’erba tagliata è di un verde meno acceso di quello di un paio di giorni fa e tutto intorno lascia pensare ad un giorno di mezza estate. Ma siamo in Settembre.

Roberto sale dietro di me. E’ piuttosto silenzioso oggi: praticamente non mi da indicazioni pre-decollo. O sto facendo molto bene tutto oppure … Boh non ci voglio pensare. Quello che è importante è che anche ora, come con tutti i voli fatti con lui, sono assolutamente tranquillo e mi godo appieno la calma e la tranquillità che questo aeroclub riesce a trasmettermi.

Pineto è ormai a bordo dello Stinson che ci porterà in aria: sento il motore che inizia a borbottare dalla piazzola di parcheggio. Lentamente attraversa la pista e si ferma al punto di attesa alla nostra sinistra. Anche lui deve fare un po’ di controlli: carburazione, temperatura testate, magneti … Passa qualche minuto mentre io effettuo i miei controlli pre-decollo : berretto ed occhiali, cellulare spento, cinture allacciate, comandi liberi a fondo corsa, strumenti (filo di lana, bussola, anemometro, variometro, altimetro, sbandometro, radio accesa 122.600).

“Valbrembo, India-Victor-India prova radio”
“Victor-India da Valbrembo. Vi riceviamo 5. Nome pilota ?”
“Valbrembo,Victor-India 5 anche per noi. Pilota Lanfranchi”

Lo Stinson è pronto. Pineto inizia ad allinearsi ed io chiudo la capottina. “Roby tutto a posto ? Cinture ? Cellulare ?” “Tutto a posto. Di’ la solita preghierina”. Si lo so lo so. La “preghierina” è il nostro briefing di sicurezza pre-decollo. “Sotto i 50 metri via dritto e atterro dove posso (cioè nel Brembo) . Sopra i 50 viratona a sinistra e rientro sul campo”. Mentre tengo con forza estratti i diruttori a fondo corsa (il nostro freno si aziona così) il cavo di traino va in tensione. Una rapida occhiata allo Stinson davanti a me e confermo ad alta voce: “Flap traino ok (10 gradi), cavo teso, aree a terra libere”. La manica a vento sembra un filo a piombo. Non si muove una foglia. Anche in cielo non c’è nulla e dalla radio non arriva segnalazione di traffico. “Ok aria libera. Luce verde dalla biga”. E Roberto sempre in silenzio come stesse pensando ai fatti suoi.

Rilascio lentamente il comando dei diruttori e lo spingo con decisione nella posizione di blocco chiuso. Il clonk che sento ho imparato a stamparmelo nella testa. Non si decolla se non senti il clonk. Faccio cenno all’assistente d’ala che è tutto Ok. Lui alza l’ala.

“Traino Oscar decolla”. Dalla radio sento il vocione di Pineto che con il solito entusiasmo inizia a dare manetta. Chissà quante migliaia di traini ha fatto. Ci muoviamo.

Pochi giorni fa c’era vento al traverso e un fastidioso rotore proprio alla fine della pista. Dovevo remare abbastanza decisamente per tenere l’aliante in asse pista. Ma oggi niente … I-IVVI va via dritto come un fuso e le ali restano allineate praticamente senza muovere la barra. Tengo su il muso quel tanto che basta per galleggiare sul carrello centrale e resto li. Dare altri comandi non ha senso ora. Pochi metri, forse meno di 100, e non sento più il rumore della ruota. IVVI vuole già salire. Non butto avanti la barra: la rilascio solo quel poco che basta per dirgli “hey aspetta ancora un attimo”. E rimango così… a galleggiare ad 1 metro da terra mentre lo Stinson corre davanti a me alla ricerca della sua velocità di decollo. Se penso all’ansia che questa posizione mi dava nei primi tre voli ora mi viene da sorridere. Roby ha fatto un buon lavoro con me ma credo di avere anche qualche qualità visto che già al sesto decollo diciamo che “gli avevo preso le misure”.

Lo Stinson si alza e noi con lui. Mi sento piuttosto ciarliero e vorrei scambiare quattro parole con il mio mentore del posto di dietro. La salita è tranquilla e appena la pista finisce sotto di noi provo a lanciare qualche battuta. Le risposte che ricevo sono vaghe.  Come d’abitudine scandisco chiaro “cinquanta” non appena l’altimetro (tarato su QFE) indica la quota minima per il rientro sul campo in caso di emergenza al traino. “Cinquanta” mi conferma Roberto. Istintivamente sposto la mia mano sinistra dalla coscia al comando del trim.  Ok rompo gli indugi … adesso una chiaccherata ce la facciamo: salire fino a 700 metri è lunga.

Inizio a parlare … sclak … il cavo di traino si affloscia davanti a me. Cazzo me l’ha fatta … Roberto ha cercato il momento in cui ero più distratto per uno sgancio d’emergenza. Ma non mi ha fregato. Mentro sto pensando a questo la mia mano ha già spinto a sinistra la barra e con il piede sinistro la assecondo tenendo il filo al centro. Resto per qualche attimo con un assetto leggermente cabrato per smaltire un po’ della velocità di traino (120 Km/h) e piano piano porto IVVI ad un assetto più picchiato. La mia mano sinistra è già sui diruttori. Esco dalla virata che sono appena sopra il triangolino giallo. Vabbè non è male … ci vuole qualche secondo perchè si assesti. Siamo a 70 metri e la pista in macadam è a ore una. Mi allineo con una rapida S mentre con i diruttori sto già bruciando la quota. Ok la velocità è buona. Roberto sta sghignazzando dietro di me ma stavolta sono io che non lo ascolto.

Punto di mira. Punto di mira. Lo fisso sul 4° cinesino dalla testata pista. Sono in asse perfetto. IVVI scende placido mentre vuole prendere un po’ di velocità: il trim è rimasto nella classica posizione di traino leggermente avanti. Mi avvicino leggermente la barra e lo tengo li sul triangolino giallo. Ormai distinguo chiaramente la grana del macadam sulla pista. Inizio a richiamare leggermente mentre il mio braccio sinistro si blocca: tanti o pochi siano i diruttori non si toccano più fino a quando non tocchi terra. Ora è importante che IVVI perda la sua velocità mentre corriamo a due metri dalla pista. La velocità scende.

Sento Roberto che come al solito mi dice “resisti… non vuoi toccare… non vuoi toccare”. La barra si avvicina sempre più alla mia pancia, dolcemente. Continuo a rallentare e IVVI non protesta … scende … piano. La sensazione di galleggiamento a poca distanza da terra è bellissima. E la posso provare perchè la pista di Valbrembo è bella lunga. In meno spazio l’avrei già “ammazzato”.

Quasi chiedendo “scusa” IVVI tocca terra con il ruotino posteriore. Lui vuole scendere … io no. Lo tengo ancora li con il muso in su. Toccherai terra quando non avrai più velocità per stare su. Ancora qualche metro e anche il carrello centrale tocca. Diruttori tutti fuori e inizio a frenare. “Se ci fermiamo qui te lo spingi tu fino alla linea di decollo”. Roby è tornato gioviale. Mollo il freno e lascio che IVVI corra ancora lungo la pista … Alla linea bianca mi fermo e IVVI, placido, appoggia la sua ala destra sul prato.  Che sensazione !

Sento che Pineto sta atterrando dietro di noi e faccio per slacciarmi le cinture e scendere. “Resta dentro … ti giro io”. Fa un caldo bestiale. Apro la capottina e la tengo su con il braccio. Roberto è sceso e mi sta rimettendo in linea per ripartire. Come suo solito si siede sull’attacco dell’ala sinistra in attesa che arrivi il traino ed il cavo sia agganciato.

Mi agganciano il cavo e inizio come sempre i controlli : “berretto e occhiali, documenti a bordo, cellulare spento … cinture ” fisso le mie e sento i ganci di quelle dietro che si chiudono. “Cinture Roby ?”. “Sono a posto …” mi risponde.  ”Si però perchè me lo dici mentre sei ancora sull’ala ? Chi c’è dietro ?” … “Nessuno” mi fa lui.

Come ? Nessuno ? WOW ! “Quindi vado su da solo ?”. “Si si … dai che lo sai”
Gli altri allievi del corso che ho assistito al primo volo da solista erano sempre nervosi: sudori, formicolii alle mani … E soprattutto erano mediamente dalla 10ma ora in poi. Io niente. Sono tranquillissimo anzi … ho voglia di partire.
Faccio un po’ di scena. “Ma sei sicuro ? Ho fatto solo 8 ore.”. “Vai” mi risponde.

Pineto è pronto e comincia ad allinearsi. Chiudo la capottina. La mano ferma con i diruttori tutti aperti. Mentre il cavo si tende controllo gli strumenti.
“Valbrembo, Victor-India prova radio”.
“Vi riceviamo 5. Nome Pilota ?” …. hehe mi verrebbe da dire “Sono quello di prima”.
“Valbrembo, Victor-India 5 anche per me. Pilota LAN-FRAN-CHI”.
Ho scandito il mio cognome a chiare lettere. Volevo che si sentisse l’orgoglio che provo ad essere figlio di chi quel cognome me l’ha dato.

E’ tutto a posto e la preghierina dei 50 me la sono fatta ad alta voce da solo. E’ tutto a posto. Libero in aria, libero a terra, vento nullo. Il semaforo della biga è verde. Mi volto a sinistra e all’ala c’è Roberto che sorride. Pollice alzato. Mi alza l’ala.

“Traino Oscar decolla”. Il vocione di Pineto.
Lo Stinson inizia a tirare e, come prima, io e IVVI lo seguiamo docili. Ci stacchiamo da terra e saliamo. Si ma dove andiamo ? In genere era Roberto che dava istruzioni al trainatore sul dove portarci. Ma stavolta sono solo e non ho detto niente a nessuno.

“Traino Oscar da Victor-India. Pineto facciamo 700 cielo campo ?” Pineto non risponde.

Guardo immediatamente la radio per vedere se per caso non ho sentito causa volume troppo basso. No è tutto a posto. Poi penso … dentro lo Stinson c’è un baccano infernale e anche se ha le cuffie magari Pineto non mi ha sentito. Sto quasi per premere nuovamente il pulsante sulla barra per rifare la domanda ….

“E’ ovvio Andrea”. E’ la voce di Roby che mi risponde da terra.

Rido ! Che scemo che sono …. “quanti primi voli da solista hai visto ? quanti erano a 700 cielo campo ? Tutti scemo ! E dove credi che ti stia portando adesso ?” Di tutti quelli che c’erano a terra anche i sassi sapevano che stavo per fare uno sgancio a 700 cielo campo.

Saliamo in aria calma. Non c’è quasi bisogno di correzioni. E per di più Pineto, che è un buono, sapendo chi si ritrova dietro, prima di ogni virata segnala la direzione con una leggera inclinazione delle ali. Sei un vero padrino Pineto.

L’altimetro segna 700. Cavo teso. Libero a destra. Sgancio Sgancio … tlack tlack. Tiro due volte il pomello di sgancio e mi assicuro che il cavo si afflosci in avanti. Lo Stinson vira forte a sinistra mentre comincia a picchiare … io imposto una leggera virata a destra e mantengo l’assetto.

Sto volando … da solo ! Vorrei tu fossi qui papa. E vorrei che chi ho allontanato fosse giù a guardarmi.

L’aria è calma, il sole è caldo. Davanti a me l’Albenza e la Roncola, la’ a destra l’imbocco della Valle Brembana, il monte Ubione …
Assetto da 110 Kmh. Scivolo veloce nel cielo con IVVI che mi parla con un fischio “nuovo”. Non ho mai volato con lui con solo il mio peso a bordo. E’ più reattivo all’ingresso in virata … forse è contento anche lui come lo sono io. “Smettila … pensa ai diagrammi polari delle velocità e a come si spostano le curve in funzione del peso”. Si lo so … però è più poetico pensare a IVVI come ad un amico che mi sta facendo fare una cosa straordinaria.

Destra, sinistra, destra … un paio di 360. “Si dai … però ricordati che se i big non volano vuol dire che non si sta su tanto. 700 metri un neofita se li mangia in fretta.” Do una rapida occhiata all’altimentro. 650 ! Bene ! Mi sposto a sud della testata pista zero-due. Per una strana legge del contrappasso in quella zona tante volte c’erano piccole ascensionali che incrociavi proprio quando stavi per entrare in prenotazione. Ponte San Pietro è sotto di me. Navigo un po’ in linea retta cercando di sentire se il mio sedere “sente qualcosa” oppure se un’ala ha un sussulto verso l’alto. …. forse la destra … si proviamo … viro a destra e rallento un po’ … inizio a spiralare intervallando ogni cerchio con una piccola raddrizzata … si bravo l’hai letto sul libro … ma sentire le termiche è un’altra cosa. Non importa, lo considero un’esercizio. Per un giro leggo sul variometro +1 ma poi ritorno subito a scendere. Ecchissene … anche se solo per un attimo sono salito ! Devo avere un sorriso enorme stampato in faccia.

L’altimetro segna 400 metri. Ok rientriamo. Sono quasi a sud est della pista.
“Valbrembo, Victor-India in prenotazione due-zero sinistra erbosa. Carrello fisso”.
“Numero uno Victor-India, riportare in sottovento”
“Victor-India”.

Con un solo 360 a sinistra sopra la cisterna sono già a 300 metri. Mi allineo parallelo alla pista. Provo i diruttori … escono.
“Valbrembo, Victor-India in sottovento”
“Numero uno Victor-India, nessun traffico. Vento a terra nullo.”
“Victor-India”.

Guardo in basso a sinistra la manica a vento. Ferma. Convergo un po’ verso la pista e mi riallineo. La’ davanti a ore 2 il campanile … “Si Roby, tranquillo, non te lo butto giù” penso.
Velocità triangolino giallo. Ok.
Una rapida occhiata sotto la mia ala sinistra. La pista è scomparsa sotto. Premo il pulsante della radio …

“Valbrembo, Victor-India in base due-zero”
“Numero uno”

Mentre parlo viro a sinistra per la base. Filo al centro, filo al centro. Mi è riuscita bene. Sono un po’ alto … sblocco i diruttori e li tengo fuori per un paio di secondi. Ok. Va meglio. Mi accorgo all’improvviso che non sto “pensando” a cosa devo fare: me lo sto dicendo ad alta voce. Bene … è un buon metodo.

Rapidamente il prato scade quasi al mio traverso. Imposto la virata in finale e premo il pulsante …
“Valbrembo, Victor-India finale due-zero”
Due colpi di squelch mi confermano che il messaggio è arrivato.

Il prato è davanti a me. Ora che l’hanno rasato sembra perfino più largo. Sono a 150 metri. Tiro fuori i diruttori ed inizio a smaltire quota. Fisso il mio punto di mira. Per un attimo mi concentro troppo sulla quota e mi accorgo che IVVI sta correndo a 120km. Richiamo piano … docile IVVI risponde e subito la velocità cala. Torniamo sul giallo. Il mio punto di mira è in linea. Sono in asse e il piano di discesa è ok. Supero gli alberi. L’erba si avvicina ed il campo sembra perfino più levigato del solito.

Sto per toccare …. richiamo come al solito. Questa volta però peso di meno e IVVI pensa che io voglia ridecollare. No caro. Allegerisco poco e resto così un attimo : IVVI capisce. Ricomincia a scendere dolcemente: blocco il mio braccio sinistro sui diruttori. Così va bene. Lentamente, piano piano, porto la barra indietro. IVVI non fa una piega e rallenta … il ruotino dietro tocca. Ancora barra un po’ indietro ….

Il carrello centrale inizia a rotolare sull’erba … resto così … sono lontanissimo dalla biga e non voglio frenare ancora. Lascio che corra sull’erba. Un po’ di piede destro per spostarmi dal centro campo in caso arrivi qualcun’altro dietro di me. Tengo le ali allineate.

Mi fermo.

Sono a terra … apro la capottina ed alzo le braccia al cielo. Vedo la Peugeot 205 gialla che mi sta venendo a prendere suonando il clacson e lampeggiando con i fari. E’ Roberto. Mi sgancio dalle cinture ed esco. Roberto mi viene in contro … gli stringo la mano e lo abbraccio. “Grazie mi hai regalato un’emozione meravigliosa”.

Agganciamo IVVI. Lui sale in macchina e inizia a trainare, io mi sposto sull’ala sinistra e, sostenendola, tengo l’aliante in linea con l’auto. Cammino nel prato accanto a IVVI come due amici che hanno condiviso qualcosa di speciale. So già cosa mi aspetta quando arrivo in biga…

Mi tolgo il portafogli, l’orologio, gli occhiali … e mi metto in mezzo al prato … Roberto ed un’altro amico del Club mi vengono incontro con due bei secchi d’acqua … lavato e battezzato.

Grazie Papa’
Grazie Roberto
Grazie Pineto ….
Grazie IVVI

Vorrei qualcuno da abbracciare ma non c’è nessuno.

Arrivederci Papà

Oggi ci siamo riuniti per salutare, per l’ultima volta, Alberto. Per ognuno di noi della famiglia e per ognuno di Voi che ora lo cingete di affetto, Alberto ha rappresentato, ne sono sicuro, uno o più momenti importanti della nostra vita. Io stesso, che nell’irruenza e impulsività tipica dei giovani, mi sono trovato anche in conflitto con Lui, ho imparato a conoscere l’Uomo attraverso le parole di tanti amici, colleghi, clienti che mi hanno raccontato il loro incontro, il loro percorso e a volte anche le difficoltà. E non mi stupisco più di questo. La riservatezza di Alberto, la sua discrezione e la sua semplicità, rendevano difficile conoscerlo davvero. Bisognava avvicinarsi piano, imparare ad ascoltarlo: lui voleva così. Non amava essere conosciuto per le parole che lo precedevano: per lui tutti erano Persone, con le loro peculiarità, il loro carattere e le loro difficoltà. E per ciascuno cercava di trovare il modo giusto di porsi, di offrire la propria professionalità, di lavorare insieme e di vivere insieme.
Certo non ha mai nascosto le sue caratteristiche di persona ferma e assai risoluta nelle proprie decisioni cosa che, per sua stessa ammissione, è stato motivo di qualche problema nei rapporti personali e lavorativi. Ma anche questo faceva parte dell’assoluta onestà intellettuale con la quale ha sempre condotto tutta la sua vita.
Le sue brillanti intuizioni, il suo senso del dovere, il rispetto delle regole e il profondo spirito di abnegazione si univano in un carattere solidale, comprensivo, altruista, leale, mai chiassoso o sopra le righe. Amava il silenzio dei boschi, delle montagne, dove ogni cosa è detta piano, dove si riesce a sentire il rumore della pioggia e come ogni buon bergamasco lavorava in silenzio puntando sempre a concreti risultati piuttosto che ricercare facili riconoscimenti.
La sua baita, che tanto ha amato e tanto gli ha dato grazie ai cari amici che con lui l’hanno condivisa, era il suo simbolo. Poteva sembrare il suo rifugio personale, privato. Ma non era così: come un rifugio di montagna rappresenta la sicurezza per chi cammina così Alberto ci diceva “io sono qui, entra scaldati, mangia qualcosa e parliamo”. Ma prima bisognava arrivarci.
Ora, Papà è andato avanti, ad una baita più in alto ed ancora ci dice di avere fiducia, di seguire il suo esempio, i suoi valori il suo rispetto per il prossimo … perché tutto non finisce qui.
E come lui stesso mi ha detto : agisci e cammina. Qualsiasi azione, qualsiasi direzione è meglio che stare fermi, rassegnati, ad aspettare.

Resterai sempre con noi

Ho sempre pensato che l’universo fosse come una grande entità. Se lo paragoniamo ad un vasto oceano, la vita di ogni individuo può essere raffigurata come un’onda di quell’oceano. Quando l’onda si alza sulla superficie c’è la nascita e quindi la Vita; quando si fonde di nuovo con le acque, c’è la Morte.

Noi ci prepariamo di solito all’Inverno come meglio possiamo perché l’Inverno, è sicuro, arriverà: Alberto si è preparato alla Morte, che è certa, nell’unico modo possibile: e cioè vivendo bene: creando, sviluppando, coltivando, aiutando, elevando la propria vita; e soprattutto mettendo nel cuore di tutti noi di famiglia, che gli abbiamo voluto tanto bene, il seme di valori solidi e concreti. E noi non abbiamo mai lasciato la Sua mano.

In questi quattro anni in cui abbiamo visto allentarsi progressivamente la saldezza “terrena” del nostro legame con lui, siamo stati impauriti, tristi, sbigottiti, disorientati ma soprattutto impotenti. Il nostro cuore ha scricchiolato sotto tanto peso, la nostra anima si sgretolava ogni volta che il nostro sguardo incontrava il suo sempre più triste, poi assente, infine inesorabilmente lontano, dove lo strazio di non poterlo raggiungere più, lacerava i nostri cuori con infinita crudeltà. Siamo stati di volta in volta arrabbiati, intimoriti, rassegnati, coraggiosi, stanchi, svuotati, determinati; e questo accade sempre quando nei nostri animi la vita ci costringe ad affrontare, passivi, l’inesplicabile ed inevitabile mistero della Morte. Ma nonostante tutto, generazioni di umanità ci hanno tramandato, seppure con confusione ed incomprensione, che c’è qualcosa al di la’ di questo. Un qualcosa di sconosciuto ed indesiderato, ma un qualcosa che fa comunque parte del nostro percorso e dal quale è impossibile prescindere. Non stiamo a chiederci cosa sia o a cercare di interpretarlo. Non credo ci sia dato di saperlo, ma non perché non lo meritiamo, semplicemente perché non è questo il tempo e la dimensione per poterlo capire.

Lasciamo allora che il nostro cuore vacilli, che scorrano le lacrime di sofferenza per questo abbandono, ma lasciamo anche che la nostra anima sorrida serena.Del resto abbiamo mai visto il cielo piangere perché le nuvole vanno ad est ? O il mare disperarsi perché le onde vanno alla spiaggia ? E’ giusto così.

Ora Alberto è di nuovo tutto con noi, libero dal peso di un corpo che lo ha tanto fatto soffrire. La sua pioggia è già caduta e noi, come un albero, l’abbiamo raccolta nei nostri cuori e sempre in noi resterà. Ed anche se il suo corpo di onda si consuma sulla spiaggia e svanisce, in realtà il tumulto del suo mare è e resterà inviolato.
Alberto era stanco, infinitamente stanco: persino le stelle stancano ed esplodono in Supernove. Ma nel suo grande coraggio, nella sua infinita dignità, non ha mai una sola volta inveito contro il destino lo aveva colpito. Ha accettato tutto in silenzio, senza mai far pesare su altri il fardello delle sue sofferenze fisiche, ma soprattutto psichiche, di una vita che si chiudeva in maniera tanto drammatica.

Dove siamo noi, in questo momento, il vento della tempesta è così forte che ci piega a terra e strappa da noi ogni cosa, ma so che il vento dell’amicizia, dell’amore di tutti voi che ci volete bene soffierà ancora più forte, affinché venga strappata via la tristezza e, con essa, il dolore e la sofferenza.

Lasciamo pure che il nostro corpo ora fugga spaventato e la mente chiuda gli occhi atterrita.
Un giorno, il più lontano possibile la mano di Alberto scivolerà via dalle nostre mani; ma in quel giorno, guardando il nostro palmo, ritroveremo l’impronta della sua mano che parrà un tenue riflesso di come, con molta più forza, la sua anima è indissolubilmente legata alla nostra ed all’intero universo.

Ora sei libero. Riposa in pace.

Alberto LanfranchiAlberto Lanfranchi
* 30.03.1941 – † 21.12.2007

Pensavo, pensavamo, di essere preparati, ma a tutto questo non è possibile prepararsi. Se c’è un conforto nella Morte questo è nella ragione per cui è arrivata: liberarti da un corpo non più tuo, da una Vita che tale non era più.

Mi piace pensare che sia stato il Tuo regalo di Natale.

Va’ ora … le Tue montagne ti aspettano per tranquille camminate in cui “riesci a sentire il silenzio ed il tuo respiro nell’odore del bosco bagnato dalla pioggia”.

Ora, lo so, tornerai a vegliare su di noi come sempre hai fatto fino a quando ne hai avuto la possibilità: se in qualche cosa abbiamo mancato ti chiediamo perdono.

Ci rivedremo presto e per allora so che anche la’ ci avrai preparato una nuova strada.

Ti voglio bene Padre mio.