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Disorganizzata cronologia di esperienze IT (e non …)
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Archivio di luglio, 2011

La rilevanza mi ha chiuso in una bolla

E’ piuttosto difficile, o almeno anti-istintivo, associare il termine “isolamento” al web, ad internet nella sua interezza o anche solo ad uno dei servizi di cui, tramite la rete, fruiamo quotidianamente. E’ arduo pensare che un’era digitale, come quella in cui stiamo vivendo, possa essere sinonimo di aumento delle distanze piuttosto che, come sarebbe naturale immaginare, rappresentare un veicolo per aprire un numero virtualmente illimitato di finestre sul mondo dalle quali poter godere di altrettanti punti privilegiati di vista della realtà che ci circonda.

Eppure, a dispetto della quantità e varietà, sempre in aumento, di device tramite le quali accediamo a questo meraviglioso sistema di interconnessione, non ci rendiamo conto (o non vogliamo farlo) di quanto i muri che limitano lo spazio che possiamo percepire, ci stiano sempre più addosso, siano sempre più vicini e ci costringano in uno spazio sempre più angusto dove le possibilità di incontrare qualcosa di veramente nuovo, inatteso, che possa mettere in discussione i nostri principi o le nostre convinzioni o anche solo offrirci una soluzione ad un problema che non consideriamo tale … scemino fino a ridursi al lumicino. Si fa, da tempo, un gran parlare del c.d. digital divide ovvero di quel muro che divide, appunto, i fortunati fruitori di tecnologie avanzate per l’accesso ad internet (in tutte le sue forme) da coloro che invece, esclusivamente per motivi economico/tecnologici non possono permettersi tale lusso. Ma la visione del problema dal solo punto di vista tecnologico è, secondo me, assolutamente incompleta e fuorviante: siamo davvero sicuri che chi non dispone di un accesso ADSL abbia davvero minori possibilità di chi invece ne dispone e ne fa ampio utilizzo ? Per essere informati bisogna poter comprare il giornale o bisogna saper leggere ?

Quello che, a mio avviso, dovrebbe assumere maggiore rilevanza nell’analisi delle opportunità che vengono offerte dalla rete è invece il contenuto che viene portato alla nostra attenzione ed il modo in cui questo viene selezionato e ricercato. Mediamente l’utente è convinto di utilizzare uno strumento che veicola contenuti secondo criteri assolutamente democratici e neutrali ma è facile confutare queste certezze : basta effettuare la medesima ricerca del medesimo termine su Google utilizzando due computer diversi gestiti da due persone diverse per accorgersi immediatamente che otterremo risposte diverse. E da qui a porsi la domanda successiva non passa molto : “ma chi decide come le risposte debbano essere diverse e secondo quale criterio vengono differenziate ?”. La risposta è una sola : profilazione !

Durante la nostra giornata digitale lasciamo dietro di noi tante piccole tracce, tanti segnali, che ci identificano, ci caratterizzano, ci delineano … tracce che vengono raccolte e opportunamente combinate da appositi programmi che ne traggono utili informazioni per poterci offrire, ad ogni accesso, ad ogni nuova ricerca, risultati ritenuti sempre più rilevanti. Solo Google raccoglie oltre 57 segnali dalla nostra interazione con il motore di recerca: quale è la storia delle ricerche precedenti, quale tipo di computer stiamo utilizzando (un pc, una macchina linux, un computer o un device mobile), dove siamo (in italia o all’estero), quale browser utilizziamo ecc.ecc.

Ma cosa è davvero rilevante ?

Una celebre frase di Mark Zuckerberg (il celeberrimo fondatore di Facebook) recita : “Per la stragrande maggioranza delle persone è più rilevante la morte di uno scoiattolo davanti alla porta di casa che la morte di un uomo per fame in Africa“.

Il concetto di rilevanza, per gli algoritmi che regolano i criteri di selezione delle informazioni che ci vengono offerte, è strettamente legato alla “vicinanza” con le nostre abitudini, con le nostre convinzioni politiche o religiose, con il nostro stile di vita. In altre parole è ciò che più facilmente percepiamo come compatibile con noi. E’ evidente che tutto questo non ha nulla a che vedere con il valore di importanza che possiamo attribuire alle cose o, come in questo caso, all’informazione. E’ evidente che è molto più importante la notizia di un uomo che muore per fame piuttosto che quella che coinvolge, pur tristemente, uno scoiattolo nel prato di casa. Eppure, per la nostra vita quotidiana, è molto più rilevante il fatto che si compie sotto casa poichè questo può avere, o effettivamente ha, una qualche ripercussione diretta sulla nostra vita. In altre parole il concetto di rilevanza è da associasi alle implicazioni che un fatto, una circostanza, un’informazione possono avere sulla nostra personale sfera di attività.

Per questo motivo, quando si accetta che degli algoritmi, per quanto sofisticati, effettuino una cernita delle possibili informazioni che stiamo cercando assumendo come criterio di selezione il rapporto di rilevanza che queste informazioni possono avere con noi, si accettano anche, per logica deduzione, due affermazioni. La prima : “ciò che è rilevante per me è indissolubilmente legato a ciò che già conosco e vivo”. La seconda : “ciò che non è rilevante per me sarà con tutta probabilità nascosto alla mia conoscenza”. Ragionando sulla prima osservazione ci rendiamo conto come l’elemento rilevanza sia utile a definirmi meglio e, soprattutto, a definire meglio i limiti del mio spazio cognitivo mentre la seconda affermazione mi dice come sia altamente improbabile che uno strumento di scelta basato sulla rilevanza possa ampliare la mia conoscenza poichè, per definizione, riporterà sempre dei risultati che siano in qualche modo collegati all’ambito contingente della mia vita e non offrirà mai, per esempio, una soluzione ad un problema che non so di avere poichè questo non sarebbe rilevante.

Un esempio può essere utile a comprendere meglio. Tutti noi che utilizziamo Facebook ci siamo avvicinati a questo strumento con l’obiettivo primario di riprendere i contatti con persone che magari avevamo perso di vista (vecchi compagni di scuola, amici del servizio militare, persone conosciute magari in un viaggio all’estero ecc.). Molti li abbiamo trovati, alcuni no, ma abbiamo anche trovato i nostri amici, conoscenti, colleghi con i quali siamo in costante contatto, magari vedendoli anche tutti i giorni, e li abbiamo aggiunti alla nostra lista di amici inevitabilmente trovandoci a chattare con loro o a scambiarci link: il risultato è che il “cervello” di Facebook analizza i nostri comportamenti e impara a riconoscere quali siano le persone con le quali interagiamo maggiormente, quali siano i gusti comuni che abbiamo con queste persone, quali siano le notizie che maggiormente ci interessano tra quelle pubblicate dai nostri amici e di conseguenza adatta i feed della nostra pagina di Facebook popolandoli solo delle informazioni che sono ritenute rilevanti e quindi più attinenti al nostro vissuto quotidiano. Le notizie relative alle persone con cui interagiamo poco o nulla vengono nascoste e per portarle alla luce dobbiamo specificamente cliccare un paio di bottoni per avere in dettaglio gli aggiornamenti di tutti i nostri amici. Questa azione “extra” viene intrapresa raramente dall’utente il quale, senza accorgersene, torna a perdere il contatto proprio con quelle persone che erano l’obiettivo primario dell’accesso a Facebook.

Ed  è così per moltissime altre cose: pensiamo ai risultati dei motori di ricerca. Quale è la percentuale di web-surfer che esamina anche i risultati offerti oltre la 2 pagina di google ? Ci bastano in genere le prime 5 occorrenze e quindi accettiamo supinamente che un algoritmo abbia deciso cosa sia rilevante per noi (analizzando le nostre abitudini digitali). Ed alla fine ci troviamo a rivedere sempre le stesse informazioni, sempre le stesse pagine composte in risultati di ricerca che si affinano sempre di più ad ogni query inviata. Abbiamo programmi che ci suggeriscono nuovi brani musicali sulla base di quelli che possediamo già o che abbiamo scaricato o ascoltato in un recente passato, non facendo altro che definire ulteriormente i nostri gusti: cosa che dovremmo già conoscere. Netflix sceglie per noi gli spettacoli televisivi ed i film che meglio si adattano ai nostri gusti cercando di invogliare il consumatore ad acquistare esperienze il più possibile gradevoli. Youtube ci propone i video più simili a quelli che visionamo con maggior frequenza. E via di questo passo.

Ma tutto quello che non è rilevante per noi in questo momento dove è ? Se è vero che la conoscenza si forma dall’incontro con cose di cui non si sa nulla, che l’analisi critica ad un problema si affronta meglio confrontando le opinioni di persone che non sono come me e che la pensano diversamente (quindi non persone che mi vengono accostate da un algoritmo di rilevanza), che le nuove idee nascono spesso anche perchè si scopre di avere già la soluzione ad un problema che non si sapeva di avere … allora il mondo delle opportunità che il web potrebbe offrire è per lo più nascosto ai nostri occhi. Ricordo ancora i miei primi esperimenti di navigazione del web durante i quali, sacrificando molte ore di sonno, mi imbattevo in cose nuove, inaspettate, inimmaginate. Google riusciva a soprendermi perchè il suo primo algoritmo era in grado di trovare le informazioni più pertinenti ad un problema che io sottoponevo: il motore, all’epoca, in nessun modo immaginava quali potessero essere i problemi per me rilevanti. Oggi Google inizia a suggerirmi non solo le risposte più confacenti al mio stile di vita o di lavoro, ma anche le domande !!! Proponendomi quesiti già precotti che si formano magicamente mentre digito sulla tastiera. E’ come se cercasse di non farmi sbagliare nel cercare qualcosa che lui (google) pensa sia adatto a me. E ci vuole un grande spirito di concentrazione per rifiutare queste proposte ed andare oltre.

Veniamo progressivamente chiusi e isolati gli uni dagli altri da una pellicola invisibile ma molto resistente che Eli Pariser definisce filter bubble (letteralmente la bolla filtro): non esiste un internet “standard”, non esiste un Google standard: ognuno di noi ottiene una visione del mondo digitale che ci viene sartorialmente cucita addosso, che ci distingue gli uni dagli altri (e questo è un bene) ma che separa anche nettamente gli individui classificandoli in gruppi omogenei che, per inevitabile conseguenza, diventeranno sempre più uguali a se stessi.

E questo è solo sinonimo di chiusura e di isolamento.

Io voglio uscire !

 

 


MS-DOS Compie 30 anni

Il 12 Agosto 1981, IBM lancia sul mercato quella che si rivelerà essere la rivoluzione del secolo: il Personal Computer corredato dal nuovo sistema operativo DOS 1.0 prodotto da Microsoft (da cui il nome MS-DOS). Tra pochi giorni dunque festeggeremo i 30 anni di vita di DOS che, per molti (e tra questi il sottoscritto), è associato ad innumerevoli ricordi e, a volte, notti insonni.

Ancora oggi la sua eredità è profonodamente legata alla vita dei PC : siamo abituati a concepire il disco di avvio con la lettera C: e intuitivamente associamo A: e B: alle unità floppy, molte delle estensioni file che conosciamo oggi esistono perchè originate e concepite per DOS. Lo stesso prompt di comando offerto da Windows è una emulazione (molto evoluta) di quegli albori informatici.

Se volete fare un giro con DOS oggi, potete visitare il sito del progetto FreeDOS e vedere se riuscite ancora a muovervi tra le directory, giocare con i caratteri jolly e creare file batch con la stessa velocità di un tempo.

Tanti auguri DOS

 

 


Dopo aver aggiornato il mio blog integrandolo con il bottone +1 di Google, mi sono accorto che l’HTML prodotto da WordPress non onorava più la convalida W3C alla quale tanti sviluppatori tengono in modo particolare. Ed in effetti il tag <g:plusone></g:plusone> non viene riconosciuto correttamente in quanto si tratta di una estensione DOM che solo lo script Google gestisce.

Esiste comunque il modo per utilizzare nativamente le API PlusOne in modo che non si debba utilizzare un tag html non riconosciuto. Le cose da osservare sono due: la prima riguarda l’inizializzazione dello script plusone che dovrà obbligatoriamente prevedere il parametro parsetags: explicit come da esempio seguente.

<script type="text/javascript" src="https://apis.google.com/js/plusone.js">;
{lang: 'it-IT', parsetags: 'explicit'}
</script>

Questo impedisce allo script di eseguire il render del bottone (o dei bottoni) immediatamente dopo l’evento onLoad della pagina e ci permetterà di specificare via codice quando e dove effettuare il render del bottone. Per chi usa WordPress questo snippet di codice deve essere inserito all’interno dei tag <head></head> che vengono emessi dallo script header.php. A questo punto non resta che decidere dove si vuole che il bottone venga inizializzato e quale sia il riferimento di URL da votare. Riporto di seguito lo snippet che ho inserito nella mia pagina “index.php” che riporta, in sequenza gli ultimi articoli.

<div id="plusone-div<?php the_ID() ?>;"></div>;
<script type="text/javascript">;
gapi.plusone.render('plusone-div< ?php the_ID() ?>',{"size": "medium", "count": "true", "href": "< ?php the_permalink() ?>"});
</script>

Come potete vedere, dopo l’emissione di ogni articolo, emetto un DIV al quale assegno un nome seguito da un suffisso uguale all’ID dell’articolo (per evitare di avere ID doppi), ed immediatamente a seguire, emetto lo script che invoca il render del bottone all’interno del DIV appena generato ed abbinandogli l’URL di riferimento.

In questo modo, oltre ad avere maggiore libertà nella decisione sulle modalità di render dell’elemento plus-one, il vostro documento passerà anche la validazione W3C

 



 
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