“Il rapporto tra produttori di software antivirus basati su impronte virali e i virus-writers è quasi comico. Uno rilascia qualcosa al quale l’altro risponde con un altro rilascio e così via, avanti e indietro. E’ come una piccola rincorsa agli armamenti senza fine.”
Questo il pensiero di Greg Shipley, Chief Technical Officer di Neohapsis, al quale, nel mio modestissimo piccolo, non so dar torto in alcun modo. E’ evidente che il desiderio è quello di potersi liberare quanto prima delle forme tradizionali di antivirus. Ma il problema è : come ?
L’industria degli antivirus ha costruito il proprio successo sul modello del sistema di immunizzazione umano: assegna un’etichetta ad ogni agente infettante in modo da poterlo riconoscere ed eliminare la prossima volta che viene incontrato (esattamente come gli anticorpi). Anche se i moderni antivirus si sono spinti oltre al semplice riconoscimento di impronte virali note (implementando l’analisi euristica o il sand-boxing che permettono di analizzare, almeno in parte, il comportamento del codice malevolo), la ricerca di impronte note è sempre alla base del sistema di prevenzione e ha visto quasi raddoppiare nel solo 2007 il numero di samples da rilevare rispetto agli anni precedenti ed il rateo di crescita è in continuo aumento. Naturale chiedersi allora quale impatto possa avere una tale crescita nei database di aggiornamento e nelle performance di calcolo dei nostri computer: ricercare all’interno dei file infettabili centinaia di migliaia di possibile impronte virali non è uno scherzo.
La nuova tecnica di analisi e blocco comportamentale (vedi anche qui) potrebbe non essere sufficiente ad eliminare la ricerca per impronte: anche se un software fosse in grado di bloccare le azioni non desiderate o non autorizzate da parte di codice malevolo, dovrebbe pur sempre essere in grado di riconsocere il codice da rimuovere dal computer per evitare che tali azioni si riverifichino alla prossima esecuzione. E questo riconoscimento può avvenire solo tramite il riconoscimento per impronte.
Perchè allora non cambiare la prospettiva ? E’ quello che si chiedono (ed a cui tentano di rispondere) aziende come Bit9. Anzichè basare la propria protezione su un sistema di tipo negazionale (ovvero basato su una lista nera – black list – molto lunga) potrebbe risultare più efficace adottare una logica di autorizzazioni basata su white-list ovvero : tutto quello che è presente nell’elenco delle applicazioni autorizzate può essere eseguito, il resto no. L’idea non è priva di ottime ragioni ma le difficoltà di implementazione ed i possibili effetti di impatto sul mercato non sono trascurabili.
Il mantenimento di un elenco di applicazioni “lecite” all’interno di un ambito ristretto (singolo pc) o mediamente vasto (piccole lan, reti aziendali, wan ecc) non è cosa facile come ben sanno i responsabili IT che cercano disperatamente di combattere con l’ottusità degli utenti e la miopia di molti manager. Scendendo poi nel mondo del piccolo utente privato le difficoltà, soprattutto dovute ad una scarsa competenza tecnica, aumentano a dismisura: perchè dovrebbe autorizzare un’applicazione ? perche non dovrebbe farlo ? e’ sicura ? ecc. Esattamente come le finestre di dialogo dei personal firewall: alla fine molti cliccano sempre su autorizza rendendo il firewall completamente inefficace e senza una esatta comprensione di ciò che avviene dietro le quinte.
Oltre a ciò va considerato un altro fatto: il white-listing delle applicazioni ha sicuramente il pregio di ridurre pesantemente il rischio di infezione sul pc che lo adotta ma non garantisce assolutamente che l’eventuale file infetto possa essere trasmesso all’esterno (per esempio inviando un allegato email) e quindi possa infettare a sua volta altri computer che non adottano il white-listing. Un mail server, ad esempio, potrebbe essere protetto da sistemi di blocco comportamentale o di white-listing, ma le email (e relativi allegati) che passano attraverso il servizio non vengono eseguiti e quindi non potrebbero rivelare comportamenti anomali da bloccare. Dovere del mail server, al contrario, è quello di ricercare all’interno dei file che passano tramite email, possibili impronte virali da rimuovere o bloccare per prevenire possibili infezioni ai computer client che riceveranno quelle email.
Prepariamoci dunque a dover sopportare, e a far sopportare ai nostri computer, un numero sempre più alto di strati (layer) di protezione che interagiranno gli uni con gli altri per cercare di offrire garanzie di protezione sempre più alte.
E per ora tenetevi stretto il vostro antivirus classico e tanto buon senso.
Sembra non finire la serie di problemi che affligge AVG Technologies ed il loro famoso antivirus.
L’ultima novità è data dal fatto che AVG sembra entrare in conflitto con uno dei tanti software che Acer preinstalla sui computer prodotti da loro. Come riporta il rivenditore italiano in questo articolo ”Crash dei computer Acer con AVG 8.0” il produttore dell’antivirus dichiara di non aver colpe in merito e che la causa dei riavvii del computer è da imputarsi al software E-Lock Management (preinstallato nei computer ACER).
Probabilmente sarà anche vero ma come lo si spiega agli utenti che fanno questo semplice ragionamento : “quando non avevo AVG andava tutto bene. Adesso che ho montato AVG è successo il patatrac. Quindi di chi è la colpa ?”
Sicuramente un altro brutto colpo per l’immagine di un antivirus che dopo un’ascesa fantastica nelle preferenze degli utenti, sembra cominciare a segnare il passo.
A discolpa di AVG c’è da dire una cosa: nell’elenco dei software incompatibili con AVG 8.0 hanno sempre dichiarato che “qualsiasi programma di protezione e sicurezza che fornisca funzionalità già offerte dai componenti di AVG installati (firewall, protezione della navigazione, antivirus ecc) può creare seri problemi di funzionamento ad AVG mettendo inevitabilmente a rischio la protezione del computer“. Ed in effetti, leggendo la descrizione del programma E-Lock Management di Acer, si capisce come la protezione dei dati offerta sia in possibile conflitto con altre applicazioni che eseguono un monitoraggio in tempo reale dei file.
Ma quale è l’emozione prevalente nell’utente ?
27 gen
Posted by: Andrea Lanfranchi in: Mondo IT
Quelli che, con termine generico e non più completamente appropriato, vengono definiti virus per computer sono oggi una moltitudine varia ed articolata. Alcuni vendor di prodotti software per la sicurezza hanno coniato, e utilizzano, il termine malware per classificare in un unico gruppo qualsiasi tipo di codice malevolo che abbia come proposito quello di installarsi a bordo del nostro computer senza autorizzazione e di compiere azioni che noi non vogliamo e non vorremmo autorizzare. Tentare di creare classificazioni più precise è piuttosto difficile anche perchè gli aspetti qualificanti spesso si mischiano o si combinano creando nuove categorie. A questo si aggiunga il fatto che il mondo dei malware è in rapida evoluzione e alcune delle categorie che tenterò di proporre sono ormai pezzi da museo.
Classificazione in base ai sintomi rilevabili dall’utente.
Classificazione in base alla modalità di diffusione.
Classificazione in base al tempo di manifestazione
Classificazione in base alla gravità
Classificazione in base all’area di infezione
Classificazione in base alla posizione in memoria
Classificazione in base al comportamento
Classificazione in base alla velocità di diffusione
24 gen
Posted by: Andrea Lanfranchi in: Mondo IT
Come detto in un mio articolo precedente, la virtualizzazione software permette di sperimentare cose nuove senza necessariamente pasticciare la configurazione del nostro prezioso computer. Un pc virtuale altro non è che un pc dentro il pc: il nostro computer fisico (detto host) accoglie al suo interno un altro computer (detto guest) completamente (o quasi) disgiunto che, può vivere di vita propria, e sul quale possiamo fare tutto quello che vogliamo senza intaccare il buon funzionamento del computer vero.
In questo articolo vedremo come installare una distribuzione Linux (in questo caso openSUSE 11.1) all’interno di un computer Windows.
Cosa serve per iniziare:
Ok. Se avete tutto disponibile possiamo cominciare.
Il primo passo è ovviamente l’installazione sul nostro vero computer del software di virtualizzazione. Se avete VirtualBox già installato potete saltare tranquillamente al paragrafo successivo. Installare VirtualBox è estremamente facile: fate doppio clic sul package di installazione che avete appena scaricato e seguite le indicazioni confermando tutte le opzioni proposte (installazione standard). Gli utenti di Windows Vista potrebbero ricevere degli avvisi di conferma sull’installazione di alcuni driver. Confermateli tutti tranquillamente. L’operazione di installazione dovrà essere eseguita solo una volta: una volta installato VirtualBox permette di configurare ed avviare diversi computer virtuali.
Ora un po’ di pianificazione. VirtualBox creerà sul disco fisso del nostro computer un file (che diverrà anche di grandi dimensioni) che verrà utilizzato come disco virtuale del pc virtuale. Gli accessi a questo file da parte del nostro sistema operativo Host (il computer vero) e Guest (il computer virtuale) saranno molto intensi e per questo motivo è bene che siano facilitati al massimo. Dal momento che siete utenti Windows e sicuramente avrete un programma antivirus installato, dovrete evitare che l’antivirus continui a sottoporre a scansione il disco virtuale rallentando di conseguenza tutte le operazioni del pc (sia quello vero che quello virtuale) . Le strade possibili per ottenere questo risultato sono due: un primo metodo consiste nel configurare il vostro antivirus in modo che non sottoponga mai a scansione i file con estensione .vdi (l’estensione utilizzata da VirtualBox per creare i dischi virtuali); il secondo metodo (che io preferisco) consiste nel creare una directory apposita nella quale chiederemo a VirtualBox di piazzare il nuovo disco virtuale e di escludere quella directory dalla protezione permanente dell’antivirus. A voi la scelta del metodo da adottare. Sarebbe anche utile escludere dalla protezione permanente dell’antivirus il percorso nel quale abbiamo scaricato l’immagine ISO di openSUSE perchè, specialmente durante l’installazione, le scansioni dell’antivirus sul file ISO potrebbero rallentare di molto le operazioni.
Avviate ora VirtualBox. Nella maschera principale del programma cliccate sul bottone Nuova della toolbar che avvia il Wizard di configurazione della nuova macchina virtuale (MV). Clicchiamo su Avanti nella maschera di benvenuto e veniamo portati alla finestra nella quale indichiamo nome e tipo della macchina virtuale che stiamo creando. La maschera dovrà apparire più o meno così:

Clicchiamo nuovamente su Avanti (Next) e nella maschera successiva indichiamo la quantità di memoria RAM che dovrà assegnata alla nuova macchina virtuale. Questa informazione è molto importante: valori troppo piccoli potrebbero essere insufficienti a sostenere il sistema operativo che stiamo per installare mentre valori troppo grandi potrebbero inchiodare il nostro computer vero (host). Infatti quando VirtualBox avvierà la macchina virtuale, si andrà a prendere dalla nostra RAM tutto lo spazio che abbiamo deciso di allocare: spazio che ovviamente non sarà più disponibile per le altre operazioni che il computer host dovrà eseguire.
Sul mio computer ho 2Gb di ram (di cui circa 1 sempre libero) e ho deciso di riservare alla macchina virtuale 512Mb di ram. Dopo aver impostato la RAM clicchiamo nuovamente su Avanti (Next) per accedere alla maschera di creazione/assegnazione del disco virtuale primario.
Creeremo ora un nuovo hard disk primario cliccando sul bottone Nuovo. Si avvia un nuovo Wizard di configurazione per l’hard disk: saltiamo la pagina di benvenuto e selezioniamo come Tipo di Storage l’opzione Dynamically Expanding Storage: questa opzione consentirà un allargamento progressivo dell’hard-disk fino alle dimensioni massime consentite evitando quindi di allocare subito tutto lo spazio necessario. Lo svantaggio di questa opzione è dato da una maggiore lentezza nelle operazioni di scrittura ma i benefici di mantenersi un po’ di spazio su disco sono sicuramente maggiori. Dopo aver selezionato il tipo di storage clicchiamo su Next e passiamo alla schermata nella quale indichiamo dimensioni e posizione del file che farà da hard-disk primario per il pc virtuale. Con il bottone Sfoglia (posto alla destra della casella di testo dove va inserito il nome) andremo a indicare il percorso ed il nome del file che desideriamo (ricordatevi di indicare un percorso che avete escluso dalla protezione permanente dell’antivirus) e nella sezione Size andremo ad indicare la dimensione massima che intendiamo attribuire all’hard-disk. Per openSUSE ho scelto un valore di 15Gb. Clicchiamo su Next e quindi su Finish per consentire a VirtualBox di salvare le impostazioni di definizione della nuova macchina virtuale. Al termine la maschera principale di VirtualBox apparirà più o meno così:

Potete cliccare direttamente sulle etichette blu nella parte destra della schermata per entrare nel dettaglio delle singole opzioni, ma la spiegazione di ognuna va oltre lo scopo di questo articolo.
Prima di avviare la nostra nuova macchina virtuale dovremo far finta che questa abbia già inserito il DVD di installazione di openSUSE 11.1 che abbiamo scaricato in formato ISO ma che non abbiamo riversato su un vero DVD (e non lo faremo). Dalla maschera principale di VirtualBox selezioniamo il menu File -> Virtual Media Manager (oppure premete CTRL+D). Ci spostiamo sul tab Immagini CD/DVD (dove troveremo già la voce VBoxGuestAdditions.iso) e clicchiamo sul bottone Aggiungi della toolbar: selezioniamo quindi il file ISO della openSUSE appena scaricata (la 11.1). Chiudiamo con OK.
Siamo tornati alla pagina principale di VirtualBox come descritto nell’immagine precedente: clicchiamo sull’etichetta blu CD/DVD-ROM (che riporta l’indicazione Non Montato) e nella maschera Impostazioni che appare metteremo la spunta su Monta lettore CD/DVD selezionando File Immagine ISO e scegliendo, tra quelle disponibili, il file openSUSE-11.1-DVD-i586.iso. Salviamo con Ok.
Siamo pronti per avviare la macchina virtuale. Facciamo doppio clic sul nome della macchina virtuale o sul bottone Avvia della toolbar. Si aprirà una nuova finestra con le tipiche schermate nere dell’avvio di un normale computer: essendo già inserito il DVD (virtuale) di installazione, il programma di setup di openSUSE partirà automaticamente. Seguite il processo di installazione (che non vi spiegherò per brevità) fino al termine e fate riavviare la macchina virtuale. Durante l’installazione è possibile operare con il mouse direttamente dentro la finestra del computer virtuale (cliccandoci dentro): per riportare il mouse nell’area di lavoro del computer Host (quello vero) premete il tasto CTRL di destra (quello a destra della barra spazio sulla tastiera).
Durante l’installazione non effettuate la configurazione dello schermo. La procedura la faremo in un secondo momento.
Quando il computer virtuale si riavvia effettuate l’accesso con l’account che avete configurato e, se siete già connessi in rete, accettate gli eventuali aggiornamenti che vengono proposti. Al termine degli aggiornamenti aprite una finestra terminal e digitate esattamente il seguente comando:
sudo zypper install gcc make automake autoconf kernel-source
Vi verrà richiesto di inserire la password di root che avete impostato in fase di installazione. Questo passaggio installa dei moduli che sono essenziali per l’installazione su openSUSE dei tool VirtualBox Guest Additions che sono degli strumenti che ottimizzano l’integrazione del sistema operativo guest con quello host in particolare per quanto riguarda la configurazione delle dimensioni e della risoluzione dello schermo. Dopo che il comando sarà terminato saremo pronti ad installare VirtualBox Guest Additions.
Per procedere dovremo smontare il DVD virtuale di installazione di openSUSE: nella finestra del computer virtuale selezioniamo il menu Dispositivi e scegliamo l’opzione SMONTA CD/DVD. Clicchiamo poi nuovamente su Dispositivi e scegliamo l’opzione Installa Guest Additions: questa opzione provoca il mount nell’unità CD del computer virtuale di una nuova immagine che contiene il software di installazione dell’integrazione.
Apriamo ora una finestra terminale all’interno del nostro openSUSE (virtuale) e ci spostiamo nella cartella /media/VBOXADDITIONS_2.1.2_41885-1 ed eseguiamo il comando:
sudo sh VBoxLinuxAdditions-x86.run
Facciamo completare il comando e riavviamo il computer virtuale. Al riavvio la risoluzione dello schermo sarà automaticamente impostata a 1024×768 ed i colori appariranno ora corretti. Allargando o riducendo la finestra di esecuzione della macchina virtuale l’intero desktop viene ridisegnato.
23 gen
Posted by: Andrea Lanfranchi in: Mondo IT
Trovo che le impostazioni standard di Windows Vista nell’aspetto del desktop siano un po’ scomode. Specialmente per il fatto che le icone sono troppo grandi e troppo spaziate tra loro.
Il problema della dimensione delle icone l’ho risolto subito : clic destro nell’area del desktop -> Visualizza -> Icone Classiche.
Quello che mi ha fatto andar fuori di matto è stata la spaziatura verticale ed orizzontale delle icone. Potevano quelli di Microsoft mettere l’impostazione in un posto tanto poco intuitivo e scomodo ? Cosa c’era di tanto sbagliato nella vecchia impostazione delle proprietà dello schermo offerta da Windows XP ? A volte la gente si diverte a complicare le cose semplici.
Comunque ecco come si fa:
All’anima della semplicità.